Lo sforzo di individuare la traccia è la brama dell’occhio ospite, saperla riconoscere la sua conquista. Nelle opere di Jessica Ferro, nella prima fase di osservazione, il soggetto appare irriconoscibile; con concentrazione e tempo diventa ambiguo; per poi culminare nell’armonia della comprensione personale. Un passaggio fondamentale per giungere alla penetrazione ottico-visiva è la variazione di prospettiva: immaginarsi di interporre una lente di ingrandimento tra l’occhio e l’opera per ricercare un dettaglio, non l’insieme. L’opera racchiude un residuo parziale, il ricercatore accorto lo identifica, lo analizza al microscopio e ne scopre una vitalità potente, graffiante, sofferente. Impresse sul tessuto e sulla carta, le impronte di Jessica Ferro occupano il supporto come cicatrici sulla pelle, memoria tattile e visiva di un gesto remoto. Le installazioni, il libro e le opere a parete della mostra Recidere sono reperti esclusivi, sopravvissuti all’urgenza del tempo, riemersi da un spazio arcaico, mediante l’atto artistico che creando, li ha rigenerati. Le radici da cui è scaturito questo progetto si insinuano nel sottosuolo naturale animale e vegetale; la mutazione, autoprodotta o indotta da fattori esterni, il fulcro dell’indagine. Differenti nella forma, provenienza, era, i protagonisti di questa narrazione evocano il mondo fascinoso dei fossili. Ne è sorto un archivio personale, che accoglie e avvolge, nella sua voluta frammentarietà.
Il libro d’artista Atropo appare come una lunga timeline di reperti, superstiti eppure ancora violenti. Serrati in morbide pagine, ambiscono all’eternità. Sono frammenti mutilati che tentano di narrare la loro storia come in un silent book: traccia dopo traccia ricreano il loro scenario originario, il luogo della loro esistenza, parziale come un ricordo sbiadito, ma veritiero. Le loro gesta seguono un flusso orizzontale cronologico naturale, che guida l’osservatore in un ambiente terroso, a lungo calpestato, obliato e ora riemerso. La dolce perdizione si protrae anche con il dittico Residuo di un altrove, ove due porzioni di reperti soccorrono la sfregiata memoria, donando nuovi dettagli alla trama della mostra.
Ad accrescere la preziosità delle ombre del passato la mostra Recidere ospita alcune opere a parete dal titolo Frammenti sospesi che proseguono il racconto arcaico con testimonianze di esuvie adagiate su esile carta giapponese. Esposti nella loro genuinità, questi resti rinvenuti attendono di essere ricongiunti. Visivamente simili tra di loro eppure così introversi, ciascun elemento si chiude nella propria verginità, conscio di provenire da una medesima genesi.
La potenza della solitudine del singolo pervade anche la serie Collezione di impressioni, ove l’accostamento facilita la riconciliazione tra le varie parti, talmente prestanti da comunicare nell’immediato vitalità e vibrazione. La cromia intensa che caratterizza queste opere le colloca in un tempo presente, lo sfondo e il segno le allontanano, approdando a un’era anteriore. L’ambiguità dell’ubicazione genera l’affascinante equivoco della comprensione, con conseguente abbandono all’intuizione personale.
Un ultimo reperto è custodito in questo suggestivo spazio: il dittico I fossili del Cardinale raccoglie le tracce di una delle famiglie vegetali più antiche del pianeta. La spinta verticale che caratterizza questi residui trasmette dinamismo, come se la ninfa fosse ancora pulsante.
«Non recidere, forbice, quel volto, solo nella memoria che si sfolla, non far del grande suo viso in ascolto la mia nebbia di sempre un freddo cala… duro il colpo svetta. E l’acacia ferita da sé scrolla il guscio di cicala nella prima belletta di Novembre.» (Eugenio Montale, 1939)
Superfluo appare parafrasare la poesia di Montale, talmente esplicito e armonioso è il senso, se accostato alla mostra Recidere. Il connubio è lampante: oltre al nesso tra l’animale citato nella composizione e il soggetto maniacalmente inciso nelle creazioni di Jessica Ferro, è la corrispondenza biunivoca di pensiero che colpisce. Il concetto essenziale che li unisce è la supplica del ricordo verso il silenzio che vuole inghiottirlo. L’atto gelido della dimenticanza spoglia i corpi, che lottano per rimanere quantomeno vestigia. Credere di udire le opere parlare è qui ammissibile: i lavori di Jessica Ferro cantano i versi di Montale e le liriche del poeta si materializzano con le opere dell’artista.
Il residuo fossile Recidere si inserisce all’interno del progetto Innesti del Museo d’arte Lercaro partendo dalla collezione di fossili provenienti dal giacimento di Bolca (Verona). Le palme, le piante acquatiche e i pesci, che tutt'oggi si possono ammirare nella sezione permanente, appartengono ad un universo naturale remoto affine all’immaginario di Jessica Ferro. L’origine sotterranea, che risorge con il gesto umano: i veri fossili museali scovati, ripuliti e catalogati; le spoglie di cicala e di vegetazione incise sulla matrice, intinte e fissate indelebilmente sul supporto. L’azione leggera dell’archeologo comparata al rito corporale dell’artista, l’asportazione, la liberazione del frammento, una nuova immortalità. Corpi esanimi, ormai recisi dalla spietata Atropo che con appuntite forbici taglia il filo della vita, vengono risvegliati dal calore umano. Le loro ferite manifeste diventano il principio del ricordo, il monito che urla contro il recidere categorico a cui è sottomessa l’esistenza.
Museo d'arte Lercaro, Bologna 29 gennaio - 15 marzo 2026