Locus Amoenus L’intuizione barocca di Jessica Ferro Enrico Turchi (2025)
Non si dovrebbe mai scrivere di ciò che piace davvero, in fondo se andiamo a braccetto con certi amici è proprio perché di fronte a loro e in loro presenza appariamo innocenti, spontanei, fin troppo, del tutto poco concettosi, anche noi che del concettaccio facciamo la prima ragione di una vita interiore. Eppure forse un triste tentativo vale pur la pena di spiegare il sentimento, quelle piacere così interamente privo di giudizio che ci spinge all’interno del motivo profondo, del come e del perché riusciamo effettivamente a dire un’opera “bella”. In una delicata prospettiva estetica, e nell’impossibilità di esprimersi su di una cosa per quello che è in modo così ingenuamente semplice e diretto, avverto cioè il fatto che questa prospettiva ci sfugge fatalmente e irrimediabilmente di mano, ci avverremo anche di un altro linguaggio per tentare di esporre le corrispondenze che queste opere sono in grado di generare o che contengono in qualche maniera intrinseca, incontrandosi così le forme proprie dell’espressione musicale lungo il corso delle sue quattro epoche storiche considerate come fondamentali. Se nell’era barocca, quando l’opera esce dalle corti mecenatesche dei principi per aprire le sue porte al pubblico, prevalgono i virtuosismi, le variazioni di ritmo e di tono, nella formulazione compiuta del contrappunto e nella spiegazione dei cosiddetti abbellimenti che completano lo sviluppo dell’ornamentazione musicale, si avverte già il senso di un dramma più carnale, prossimo alla vita e alla materia fisica dell’uomo, proprio come nell’esaltazione della corporeità pittorica, contemporanea ai suoi artisti. Così tra le forme che ci regala il segno corposo nelle opere di Jessica Ferro, ci pare di avvertire la trama bucolica del sottobosco, un incontro di figure minime, tanto mitiche quanto reali, dove la profezia incontri infine l’inevitabile certezza del suo esito terreno, e l’artista lega indissolubilmente, almeno nella fotografia di cui il ricordo è adatto a comporre l’immagine, gli ambienti e gli oggetti di design del Vaccari Home Atelier. In particolare se il barocco è fatto essenzialmente di dinamica e contrasti, diversi rapporti di scala tra il nuovo andamento musicale del ritmo lento e veloce, mentre l’intensità del tono si alterna per la prima volta tra forte e piano, le immagini disposte lungo il percorso espositivo sembrano vivere una sorta di crisi dimensionale, spiccata dialettica che insorge sul piano visivo della relazione tra vicinanza e lontananza. Una dimensione, questa, che avvertiamo nei rapporti interni all’opera, nella traccia più solida impressa dalla matrice sulla carta sulla stoffa in relazione alla vaghezza e alla dilatazione dello sfondo, come anche nei rapporti esterni, nella cornice dei bordi, quindi nella cornice di grande o piccolo formato in riferimento invece allo spazio. L’immagine ricorrente del lepidottero acherontia atropos, o sfinge testa di morto, pare così come una venuta dal racconto. La sfinge di Edgar Allan Poe, del 1846, un enigma mai insieme moderno e di origine popolare sugli influssi del prodigio e della premonizione, che realizza in quasi la missione compiuta di un paravento, il materializzarsi della figura fantasma, resa ormai del tutto indipendente dalla mano del suo creatore, come dalla volontà di chi si trovi inaspettatamente ad infestare i medesimi spazi. L’urlo che promana da questo essere deforme, scambiato per un’enorme e consistente minaccia che scende inesorabile dalla montagna prima di riconoscerne le reali proporzioni effettive, ci sembra affine alle sonorità della Variazione 30 del quodlibet di Bach, dove «par quasi d’avvertire un riso gagliardo d’uomo e di gigante, a termine della meravigliosa fatica» Cfr. M. Mila, Breve storia della musica, Einaudi, Torino 2014, p. 150. Scatti gioiosi di serenità e gioia, figure effimere che s’immergono nelle profondità sacre e misteriose del dolore umano, sono nelle fughe di Bach come nella dialettica dimensionale di Jessica Ferro, l’espressione di un mondo vagheggiato che porta con sé i pericoli e i suoi affanni, un Locus Amoenus in cui proviamo il rischio di perderci, rimasti ammaliati dall’aspetto pervasivo che queste forme conferiscono al contorno.
Un andamento affine a quello dell’ornamentazione, che promana dal singolo germoglio in cerca del successivo sviluppo, e che è adatto a variare e quindi a moltiplicarsi, sempre a partire dal tema iniziale. Le opere conquistano così lo spazio come con il grande telo geotessile di Atlante, 200x450 cm coprenti l’intera parete, un vasto frammento di figure e immagini sovrapposte, dove l’ala dell’acherontia si spiega come parte dell’avvenimento del paesaggio, un microscopio in cui avvertirne la polvere delle scaglie, fino al complesso insieme di nervature che ne definiscono il disegno anche sul dorso temibile, tanto cantato dai poeti.
L’opera Sorgente, di formato affine, si piega poi a conquistare il piano del pavimento oltre lo slancio del tramezzo verticale, visione adatta a diffondere, come persi tra una coltre di nebbia, la stessa illusione di una percezione frastagliata e fugace, colta nell’attimo prossimo al suo dissolversi. Uno svelamento che trova caratteri peculiari nell’installazione Asteroidea in cui la stoffa avverte il sostegno e la profondità ambientale del vetro, nell’alternarsi di intuizioni nascoste, che danno l’impressione di dilatarsi e confondersi tra loro, secondo i dettami di una voluta dissolvenza visiva resa qui anche in forma spaziale e architettonica.
Le impronte e i frammenti guidano poi il percorso in opere anche di minore formato nel polittico Spira Mirabilis, spiegato lo sviluppo delle strutture a conchiglia in alcuni molluschi, e in Before fading away, una riflessione sulla caducità organica e spirituale che si fa quasi manifesto, ricorrente anche in altre opere di simile sensibilità affettiva, dove il ricordo viene desunto dalla percezione di un paesaggio sfocato e alterato, perturbato ma che conservi il suo carattere ammaliante e in fondo spietatamente idilliaco. Un concerto dove più voci formano una sola voce, formidabile architettura costruita su di un unico tema, dove l’elaborazione del frammento susciti la più vasta gamma di emozioni preservando lo sviluppo logico dell’insieme, in un’apparizione tanto terrena quanto spirituale, raccolta come senza peso di materia tra i moti dell’intuizione barocca e sulle ali che le opere di Jessica Ferro fanno di un nuovo paesaggio, intimo della memoria.
Vaccari Home Atelier, Sozzigalli di Soliera, Modena 1 marzo - 3 maggio 2025